venerdì 17 ottobre 2014

Ebola in Town

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Quando ho aperto El Pais la mattina del 7 ottobre scorso, quell’inconscia sensazione di spavento protettivo che ti avvolge quando fronteggi qualcosa che non conosci mi ha subito pervaso. Poi ci ho riflettuto un attimo e mi sono tranquillizzato, pensando che ogni allarmismo è in realtà ingiustificato e che iniziare a correre come formiche a cui è stata interrotta la via che conduce al formicaio è totalmente inutile.
Teresa Romero è stata la prima persona contagiata dall’Ebola in Europa. Le istituzioni hanno subito parlato di colpe e impreparazione per cercare di coprire gli errori fatti. Anche se si potrebbe riassumere il tutto parlando di eccessiva superficialità nell’approcciare una minaccia che ad oggi non sappiamo bene come sconfiggere. Tuttavia, spiegazioni e giustificazioni non risolvono i problemi e l’avere sostituito gli aggiornamenti sul numero di contagi e morti in Africa, che per quanto grosso ci tocca da lontano, con un nome, e quindi il volto e la vita, di una persona contagiata ha avuto una ben più efficace capacità di fare paura.
Dunque, la pandemia che al momento si è diffusa in Europa – e anche negli States, dove si è registrata la prima vittima e dove il sistema sanitario privato è sicuramente un aspetto che contribuisce a destare preoccupazioni – è psicologica. È timore dell’ignoto. E, dai primi casi sospetti nel dicembre 2013, alla ufficializzazione dell’outbreak da parte del Centre for Disease Control and Prevention del 25 marzo scorso ad oggi, è stata proprio l’incapacità di evitare il diffondersi della paura il più grande errore; nonché fattore amplificante di questa “emorragia” di Ebola.
Complici (alcuni) media, sicuramente, che con il cinismo di chi forse si è scordato che avrebbe il compito di fare informazione prima di fare audience, hanno diffuso notizie sommarie, contraddittorie e imprecise. Anche i governi europei, dal canto loro, non hanno saputo prendere decisioni rapide e hanno probabilmente sottovalutato la situazione, non essendo pronti a casa loro e agendo con ritardo là dove focolai di Ebola stanno bruciando quotidianamente le vite di sempre più persone (persone, non numeri).
Proprio come feci la mattina del 7 ottobre, è necessario fare un respiro profondo e analizzare con calma i fatti.
La rapida diffusione del virus Ebola in Africa occidentale è stata determinata da una concomitanza di cause. La prima è la debolezza e la povertà delle istituzioni locali, che ha determinato lentezza nell’intraprendere azioni di contrasto e ha permesso al virus di soggiornare e spostarsi tra le terre africane più del necessario, ponendo le basi per la successiva impennata di contagi e morti.
La seconda è la pessima qualità delle infrastrutture e dei sistemi sanitari locali che non hanno permesso di contenere l’emergenza, determinando così l’elevato numero di contagi e decessi ad oggi registrato; si tenga, tuttavia, a mente che le morti giornaliere causate dall’Ebola sono 13 contro, ad esempio, le 685 causate dalla HIV/AIDS.
Vi è infine un terzo fattore, collaterale ma comunque rilevante, ovvero la sfiducia delle popolazioni locali nei confronti dei loro governi e la conseguente sottostima del problema anche da parte della popolazione. Rimasi particolarmente colpito da un documentario di qualche tempo fa, in cui i liberiani intervistati per le strade di Monrovia dicevano che l’Ebola è solo un trucco inventato dal governo per ottenere aiuti internazionali; eloquente anche il fatto che in Liberia la hit musicale al tempo del video si intitolava “Ebola in Town”.
Alla luce di questi tre fattori sembra difficile che lo stesso scenario si possa verificare in Europa o negli States. Basti ad esempio pensare che, come riporta il The Economist, la Guinea ha un dottore ogni 100mila persone contro i 370 della Spagna. La situazione potrebbe però assumere una piega differente se, come alcuni hanno teorizzato, il virus mutasse forma e perdesse il suo “tallone di Achille” passando dal contagio attraverso scambio di fluidi corporei a quello aereo. Sebbene sia giusto non sottovalutarla, questa rimane solo una ipotesi e prenderla troppo sul serio sarebbe un’ulteriore fonte di allarmismo ingiustificato.
Ciò che invece è certo è che il danno per i territori colpiti sarà ingente: l’attuale stima della World Bank è che l’impatto economico sarà di 32.6 miliardi di dollari entro la fine del 2015. Un grosso numero di malati vuole dire un grosso numero di persone che non svolge la propria professione e un paese che non va avanti. Questo effetto è magnificato laddove il paese in questione è sottosviluppato.
La crisi sanitaria dell’Ebola fa riflettere su come delle istituzioni salde, in grado di porre in essere politiche coese, avrebbero probabilmente permesso di ridurre il numero di decessi e i costi sociali. E se questo non è stato il caso dei governi di Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone, non è stato nemmeno il caso dell’Europa che, come spesso succede, si è mostrata frammentata e eccessivamente burocratizzata. Nel 1720, quando la Grand-Sant-Antoinearrivò nel porto di Marsiglia riportando per l’ultima volta la peste in Europa, il potente governo francese fece costruire il Mur de la Peste per contenere l’epidemia in attesa di una soluzione. Quasi 300 anni dopo dovremmo avere i mezzi per evitare una soluzione così estrema, ma è necessario uscire dall’attuale impasse.


Fonte: Iacopo Tonini per il Quorum